Come gestire gli attacchi di panico: un cambiamento di paradigma che non ti aspetti
Come gestire gli Attacchi di panico? E soprattutto, gestire, è il termine corretto da untilizzare? Parliamone.
Inizio questo articolo facendoti una confidenza: non ho un grande rapporto con l’ansia.
Nonostante tutto, nonostante i miei sforzi, ancora oggi devo fare i conti con lei.
E ogni tanto ci metto il carico da novanta. Capita – anche se non frequentemente – ma talvolta l’ansia sfocia in attacchi di panico.
Chi soffre di attacchi di panico sa di cosa sto parlando.
Se l’ansia in determinati casi può essere razionalizzata – perché ci racconta di quello che stiamo facendo, di quello che ci condiziona o ci preoccupa (ed è quello che io ho fatto nel corso del tempo con ottimi risultati, anche se ogni tanto fa ancora capolino) – beh, per quanto riguarda come gestire gli attacchi di panico è un po’ diverso.
E oggi voglio parlare proprio di questo. Di come gestire gli attacchi di panico.
Perché in tutti i miei percorsi tengo moltissimo al concetto di accettazione. E ora provo a spiegarti meglio la correlazione.
Leggi l’articolo fino alla fine perché vorrei condividere con te una chiave di lettura che credo potrebbe essere rivelatrice.
Ciao sono Dino!
Sono passato in alcuni anni dall’essere un tecnico avviato ad una carriera di progettazione, a diventare un direttore artistico in grado di organizzare oltre 500 concerti, per poi trasformarmi di nuovo in quello che sono oggi. Un marketer. Fino a quando vorrò.
Ciao sono Dino!
Sono passato in alcuni anni dall’essere un tecnico avviato ad una carriera di progettazione, a diventare un direttore artistico in grado di organizzare oltre 500 concerti, per poi trasformarmi di nuovo in quello che sono oggi. Un marketer e soprattutto un amichevole professore di quartiere. E si, anche un Life Coach. Fino a quando vorrò.
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Cosa è un attacco di panico?
Prima di entrare nel vivo, una definizione che non suoni da manuale universitario.
Un attacco di panico è un episodio improvviso di paura intensa — spesso senza un motivo apparente — che travolge il corpo e la mente in pochi minuti.
Succede così: sei lì, stai facendo ciò che stai facendo, e all’improvviso qualcosa si accende. Il cuore accelera. Il respiro si accorcia. Senti che stai perdendo il controllo, che qualcosa di grave sta per succedere.
Il sistema nervoso, per ragioni sue, scatta in modalità emergenza. Come se vedesse un pericolo che gli occhi non vedono.
La prima cosa importante da sapere — quella che cambia tutto — è che un attacco di panico ha una durata limitata. Di solito raggiunge il picco entro 10 minuti e poi si esaurisce da solo. Non è pericoloso per la salute fisica, anche se in quel momento il corpo ti sta giurando il contrario.
Capire questa cosa non lo rende indolore.
Ma lo rende meno spaventoso.
Che sintomi danno gli attacchi di panico?
Qui ognuno ha la sua esperienza. Ma ci sono segnali che tornano quasi sempre.
Sul fronte fisico: tachicardia, respiro affannoso, senso di soffocamento, vertigini, tremori, sudorazione fredda, formicolio alle mani. A volte dolore al petto, nausea, sensazione di instabilità.
Sul fronte mentale: paura di perdere il controllo, paura di impazzire, paura di morire. Sensazione che quello che stai vivendo non sia reale, che tu sia distaccato da te stesso.
È un’esperienza totale. Coinvolge tutto.
E la cosa che peggiora tutto — quella che alimenta il circolo vizioso — è proprio la reazione che abbiamo a questi sintomi. Ci spaventiamo dei sintomi, e quella paura produce altri sintomi, che producono altra paura.
La vera trappola non è l’attacco in sé.
È la paura dell’attacco.
Ecco perché sapere riconoscere i segnali è il primo passo per imparare a gestire gli attacchi di panico in modo diverso. Non per bloccarli — perché non funziona così — ma per non alimentarli con la nostra stessa reazione.
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Perché vengono gli attacchi di panico?
La risposta onesta è: non sempre c’è una causa unica e identificabile.
Ci sono predisposizioni genetiche. Ci sono periodi di stress prolungato che abbassano la soglia. Ci sono emozioni che abbiamo tenuto sotto pressione troppo a lungo e che trovano un’uscita improvvisa.
Ma c’è una dinamica che mi colpisce più delle altre, e che è direttamente collegata a quello di cui parleremo tra poco.
Le emozioni che reprimiamo non spariscono. Si accumulano. E prima o poi rivendicano il loro spazio.
Quando passiamo anni a ignorare quello che proviamo — a fare finta che tutto vada bene, a non ascoltare la persona che siamo — il corpo a un certo punto decide per noi. L’attacco di panico è spesso anche questo: un segnale che qualcosa dentro di noi merita attenzione.
Non un nemico da sconfiggere. Un messaggero scomodo. Ecco perché quello che faremo ora è rileggere l’attacco di panico da una consapevolezza differente partento appunto da presupposti diversi.
Iniziamo a fare chiarezza.
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Il problema dell’accanimento verso noi stessi
Una percezione che ci arriva dalla società che ci circonda è fondamentalmente questa: il monito di lavorare continuamente su se stessi.
E io sono un discreto fan di questa cosa.
Quello che invece fatico più sovente a comprendere è l’accanimento che abbiamo verso ciò che siamo mentre lavoriamo su noi stessi. E che si capisce perfettamente dalle parole che ci diciamo. Dal tono con cui ci critichiamo.
Provo a farti un esempio.
Una delle cose più comuni che mi capita nei percorsi è avere di fronte una persona che racconta una sua porzione di vita e subito dopo si giudica.
Si critica per scelte sbagliate. Si dice parole dure che abbassano la percezione che questa persona ha di se stessa.
“Io dovrei fare questo, invece faccio quest’altro.”
“Purtroppo io sbaglio sempre.”
“Non riesco mai a fare questa cosa.”
Ora, ti condivido questo perché quasi sempre io mi ritrovo a proporre una chiave di lettura differente.
Quasi sempre incoraggio la persona a rileggere il suo comportamento, a rileggere le sue chiavi di lettura, a interpretare tutto ciò che ha fatto non come qualcosa da combattere, ma come qualcosa da accogliere.
Esempi concreti
Se siamo stati feriti da qualcuno e ci rimproveriamo perché “siamo sempre quelli che concedono fiducia”, io invito a riflettere sul fatto che è una cosa meravigliosa essere persone che si fidano degli altri. E di certo non è quello il problema.
Non è irrigidendoci o diventando persone meno disponibili che risolveremo i nostri problemi.
Ancora.
Se mi sto criticando perché ho procrastinato in un percorso di vita, ti invito piuttosto a riflettere: perché è esistita questa procrastinazione? Che cosa racconta di noi?Che cosa ci dice della persona che siamo e che forse stiamo ignorando? Che cosa di noi merita tutta la nostra attenzione?
come gestire gli attacchi di panico: cosa c’entra tutto questo?
C’entra perché le nostre emozioni, la persona che siamo, non sono potenzialmente controllabili. Anche se cerchiamo continuamente di farlo.
Le nostre emozioni sono come la pioggia.
Noi non potremmo mai pensare di fermare la pioggia. O di fermare l’emotività che proviamo in determinati momenti.
Cosa possiamo fare?
Possiamo accogliere la pioggia. Aspettare che passi. Magari procurarci un ombrello. E dopo, respirare a pieni polmoni il profumo che ha lasciato.
Noi siamo esattamente questa cosa.
Le nostre emozioni sono un evento naturale.
E la sola cosa che possiamo fare è accoglierle.
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Cosa faccio io quando mi capita un attacco di panico
Ecco il punto di questa riflessione.
Lo accolgo come la pioggia. Come un’emozione che merita di esistere. Come fosse un evento naturale.
Evito di provare paura per quello che sta succedendo. Evito di pensare a cosa fare, cosa non fare. Sono consapevole del fatto che un attacco di panico ha una durata limitata e che non passerà perché io lo forzo, ma perché — esattamente come la pioggia — farà il suo corso, lo starò a guardare, e respirerò quando sarà terminato.
Respiro. Inspiro lentamente. E percepisco ciò che mi circonda.
Accolgo. Non combatto.
Questo approccio — esattamente come quando dobbiamo capire la persona che siamo — aiuta drasticamente ad abbassare il livello di tensione, il livello di paura.
Ed è esattamente questo il cuore di come gestire gli attacchi di panico in modo sostenibile: non una tecnica da applicare meccanicamente, ma un modo diverso di stare con se stessi.
La metafora
Ora, perché oggi ti ho raccontato tutto questo? Come mai questo volo pindarico tra argomenti così vicini, ma così distanti e forse slegati.
Te l’ho raccontato perché mentre riflettevo su questo tema mi sono accorto di una cosa: l’attacco di panico è una metafora molto potente di ciò che ci accade quotidianamente.
Quando quotidianamente abbiamo a che fare con noi stessi, con le nostre reazioni, con la paura che causiamo a noi stessi perché spesso non siamo come vorremmo essere.
E quindi combattiamo quella sensazione. Combattiamo quella persona che siamo ma non vorremmo. E cerchiamo di forzarla.
Il risultato qual è? Sempre pessimo.
Perché? Perché non è combattendo noi stessi che riusciremo a raggiungere gli obiettivi. È accogliendoci.
Li supereremo guardandoci, comprendendoci, apprezzandoci, e aspettando che passi la burrasca.
Noi siamo la persona che ci porterà dove vogliamo andare. Ma come qualsiasi altra persona, anche la persona che siamo va ascoltata e va compresa.
Nessuno diventa nostro amico se cerchiamo di modificarlo.
E così vale anche per noi stessi.
Ma chiunque è disposto a tenderci una mano e a diventare parte della nostra vita se noi lo accogliamo. Se siamo disposti ad ascoltare senza giudicare. E a comprendere ciò che ha da dire.
Noi siamo in grado di portare noi stessi altrove, solo se accogliamo quelli che giudichiamo come difetti, come debolezze, come errori, per quello che in realtà sono. Lati di noi, emozioni, attitudini, sfumature, che vanno accolte, guardate, comprese e respirate.
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Come gestire gli attacchi di panico: da dove si inizia?
In questo articolo ti ho dato una chiave di lettura diversa — forse inaspettata — su come gestire gli attacchi di panico.
Non tecniche da manuale. Non liste da spuntare.
Un cambio di prospettiva: da nemico da sconfiggere a evento da accogliere. Come la pioggia.
Se anche tu ti ritrovi a combattere contro te stesso più che ad accoglierti, se anche tu senti che l’accanimento verso chi sei ti sta prosciugando invece di aiutarti, forse è il momento di cambiare approccio.
E se vuoi esplorare meglio questo percorso, sai dove trovarmi.
Prova ad applicare i suggerimenti che ti ho fornito e scrivimi nei commenti se ti sono stati utili.
Grazie per aver letto fino a qui.
Ci leggiamo il prossimo articolo.
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